Salvini e Meloni non vogliono Alfano, Casini, Verdini e Tosi. Vuol dire che si candidano per perdere le elezioni

ItaliaOggi

Uniti si vince. Da settimane la stampa di centrodestra insiste su questo motto, talvolta ossessivamente.
Sbandiera un risultato, cioè la convergenza sulla candidatura di Nello Musumeci in Sicilia, e una speranza, ossia i più recenti sondaggi. Questi assegnano al centrodestra il primo posto nella competizione tripolare, ma in sovrappiù garantiscono una percentuale quasi identica fra il listone e le liste separate e concorrenti (si smentiscono decenni di esperienze elettorali che vanno in direzione opposta).
All'entusiasmo di facciata, esternato altresì da molti esponenti azzurri, si dovrebbe replicare con forti inviti alla cautela. Per cominciare, l'unità non è stata totale, posto che Angelino Alfano in Sicilia si è coalizzato col Pd, come del resto hanno fatto i seguaci isolani di Pierferdinando
Casini. Inconfutabilmente hanno pesato i veti di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni, atteso che Musumeci era stato molto prudente: riteneva che l'apporto dei notabili alfaniani gli sarebbe stato utile se non, chi può saperlo?, indispensabile. Salvini, del resto, insiste nell'escludere dall'alleanza sia Alfano sia Casini (a questo punto, anche senza la dichiarata estromissione una buona fetta di alfaniani, e tutti gli attuali casiniani, se ne andranno a sinistra), ma pure Denis Verdini e «il consigliere comunale di Verona Flavio Tosi».
Eppure emissari berlusconiani s'incontrano con esponenti campani che hanno seguito Verdini, mentre Enrico Costa, incaricato di federare i figlioli prodighi, non solo si è più volte espresso citando Tosi fra i chiamati, ma con la propria personale adesione ha consentito alla componente facente capo all'ex sindaco veronese di permanere in vita nel gruppo misto. Le esclusioni di piccoli movimenti, specie scissionisti, hanno in passato provocato danni al centro-destra. Rifiutando questo o quel raggruppamento per i veti della Lega o di An, il centrodestra ha perso più elezioni. Per ora, non fanno presagire bene riserve e divieti, insulti e allontanamenti, pronunciati soprattutto dal capo del Carroccio nei confronti di quella che dovrebbe o potrebbe domani essere la quarta gamba del centrodestra (il quarto petalo del quadrifoglio, come ama ripetere Renato Brunetta).
Il centrodestra unito, anche soltanto a tre, rimane un'ipotesi, sperimentata nelle regionali e nelle comunali, ma ancora da costruire per le politiche. Silvio Berlusconi insiste su un teorico programma già pronto e condiviso per il 95% e lascia che si parli ricorrentemente di vertici, mai attuati. E però il primo a non avere alcuna fretta di chiudere l'intesa. Ha bisogno di tempo, di tutto il tempo possibile, fino a giungere all'ultimo giorno costituzionalmente possibile per il voto, ossia il 20 maggio.
Gli serve ritornare candidabile, come con notevole e ostentata sicurezza prevede, così da rivendicare a sé stesso la guida della coalizione, quando davvero nascerà. Gli serve capire quale sarà la legge elettorale, poiché spera ancora in modifiche che gli evitino di costruire listoni. Gli serve misurare, dal voto siciliano e di Ostia, la reazione degli elettori. Gli serve maneggiare sondaggi più sicuri: tali saranno man mano ci si avvicinerà alla data delle urne. Gli serve comprendere se Maroni (o Zaia) potrebbe infastidire il primato di Salvini nella Lega, favorendo una maggiore disponibilità del Carroccio verso Fi.

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